06/02/2009
Diario di Maggio 2009
Diario di Maggio 2009
La prima cosa che mi viene in mente, nel cominciare a scrivere la prima riga della prima pagina di questo diario è che ho 49 anni e, forse, ho cominciato un po’ tardi. Ma non è la prima volta che arrivo in extremis. Anzi mi succede quasi sempre e non solo in mare.
Che sia benedetto quel medico che, quando avevo pochi mesi, convinse mia madre che avevo il sistema respiratorio debole e che dovevo passare il periodo estivo al mare. E così in estate, da giugno a settembre di ogni anno, veniva affittato dalla mia famiglia un piccolo appartamento a Pineto degli Abruzzi dove trascorrevo quattro mesi allo stato brado. Non penso proprio che i miei polmoni avessero niente che non andava, visto che imparai a nuotare contemporaneamente che a camminare e passavo tutta la mattinata cercando stelle marine, vongole e cannolicchi sui fondali sabbiosi, senza alcuna attrezzatura se non il costume da bagno. Nessuno infatti mi aveva spiegato che esisteva uno strumento chiamato maschera subacquea ed io pensavo che non ci fosse altro modo di cercare sul fondo se non sbarrare gli occhi tentando di distinguere faticosamente qualcosa. Ero talmente abituato che non avevo nessun tipo di fastidio agli occhi o al naso, nonostante li allagassi di acqua salata ogni santo giorno senza alcun ritegno. Il fondale non superava i 3 metri e quindi la pressione sulle orecchie era sopportabile. Intorno ai 6 anni ebbi in regalo delle piccole pinne di gomma, con le quali facevo delle folli scorribande verso il largo: era il 1966 e non c’erano tanti motoscafi.
Nel 1970 passai l’estate a Pineto per l’ultima volta e l’estate successiva, quella del 1971, fui ospite di mio Zio per due settimane in una vacanza all’Isola del Giglio. I miei cugini mi consegnarono una maschera subacquea e, improvvisamente, passai dal guardare senza maschera un fondale poco spettacolare come quello dell’adriatico sabbioso, a contemplare con una maschera subacquea uno dei fondali più suggestivi di tutto il Mediterraneo come quello del Giglio. Rimasi completamente folgorato e mai più lo dimenticherò e, probabilmente, sarà l’ultima cosa che ricorderò un attimo prima di morire. In quei giorni ero come impazzito di entusiasmo e il caso volle che conobbi Willy. Era un dentista di Firenze sulla cinquantina, uno dei pionieri della pesca che oramai non pescava più perché, a sentire lui, non c’era più pesce (era il 1971!). Per mia fortuna aveva un figlio della mia stessa età che era in vacanza con lui e quindi era ben disposto a portarmi in gommone per fare compagnia al suo ragazzo. Così passavo le giornate con loro e stavamo in mare dalla mattina alla sera facendo il giro dell’Isola e fermandoci a fare il bagno nei posti più formidabili. Willy non pescava (aveva sul gommone un vecchio arbalete francese che non tirò mai fuori dalla sacca), ma si divertiva a fare le ostriche, a prendere qualche polpo ed a farci vedere i pesci spiegandoci il mare. Era arrivato il mio momento e Willy mi insegnò a compensare. Io lo ammiravo incondizionatamente e per me era un punto d’onore il fatto di essere, a tutti i costi, un allievo migliore di suo figlio. Ancora mi ricordo i brividi di freddo quando, nella piena corrente di Capel Rosso, mi mantenevo sulla sua verticale mentre faceva le ostriche a una quindicina di metri di fondo, che per me era un abisso (e comunque lui ci andava in costume e con un paio di ridicole pinnettine di gomma). Gli reggevo il retino con i mitili e per me era un grande onore: mi sentivo come lo scudiero di un cavaliere e speravo un giorno di essere come lui.
Avevo solo 11 anni e, ripensandoci, è un po’ strano che un inizio così precoce e appassionato si sia concretizzato seriamente solo intorno ai 34 anni quando - anche quella volta in extremis - ho smesso di essere un pescatore solo estivo, staccandomi di dosso le pastoie di tante cose della mia vita (la laurea, la professione, due matrimoni, tre figli) che per oltre vent’anni mi avevano distratto e allontanato dal mare (a parte durante le vacanze). Trovai finalmente le ragioni per liberare tutta la passione che avevo imprigionato per tanti anni in fondo al mio cuore e cominciai - tutti i sabati - a prendere l’automobile, raggiungere il litorale a nord di Roma e buttarmi in mare a casaccio, con qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione. E mai più da allora ho saltato un solo mese. Con tanti sacrifici ho acquistato un piccolo appartamento a Santa Marinella e sono diventato un pescatore discreto, anche se sempre un po’ strano.
Oggi comincio a scrivere un diario mensile a pochi mesi dal traguardo dei 50 anni, oltre il quale la maggior parte degli appassionati appende le pinne al chiodo. Sono arrivato ancora una volta in estremis. Per quanti anni riuscirò ancora ad andare in mare tutti i mesi? Davvero non lo so. Vedremo.
Iniziamo dunque da questo mese di maggio 2009. Un mese in cui sono finalmente terminate le alluvioni che, dal mese di novembre, hanno inondato le nostre regioni, gonfiato i nostri fiumi ed invaso il nostro mare con acqua dolce, fredda e fangosa. Mai da decenni si erano visti i rigagnoli ed i ruscelli del litorale del Lazio, diventare dei veri e propri fiumi. Mai si erano visti i torrenti continuare a mantenere un grande volume ed una forte portata d’acqua, un mese dopo l’altro, come se fossero diventati dei corsi d’acqua permanenti. Finalmente, intorno al dieci maggio, abbiamo visto i corsi d’acqua transitori diminuire la potenza e poi, quasi da un giorno all’altro, finalmente prosciugarsi. E ci eravamo talmente tanto abituati che nemmeno ci sembrava vero.
L’entrata di grossi polpi invernali, che di solito si esaurisce ai primi di aprile, è finita quest’anno solo ai primi di maggio: quando ho catturato ancora qualche esemplare intorno ai 3 o 4 chili. In ritardo sono entrati i barracuda, in ritardo sono andati in amore i “lapperoni” (termine laziale per indicare i tordi pavone). Di solito è uno spettacolo della metà di aprile quello delle lappare femmine che vanno a fare il nido con i ciuffetti d’alga in bocca e dei lapparoni maschi che si pavoneggiano con la loro bella livrea multicolore. E gli esemplari più grossi rischiano di prendere qualche fucilata da qualche ragazzo armato di cinque punte. E magari qualche lapperone meno avveduto rischia anche una fucilata dal sottoscritto, se continua a inanellare evoluzioni davanti alla taitiana.
L’acqua più calda ha tirato dentro una esagerazione di mangianza e, sicuramente, i colleghi muniti di motore hanno cominciato a catturare le corvine ai margini delle secche e - sugli areali di caccia - i primi bei dentici. A terra sono entrate le orate di cui sono state segnalate le prime interessanti catture ed i pesci serra, in caccia dietro ai branchi di salpe e di cefaletti novelli. E così, sempre in extremis, sabato 30 maggio, ho catturato il primo pesce bello della stagione: un serra di quattro chili.
C’era tanta mangianza a terra e, in situazioni del genere, si sta sempre sul chi vive anche se poi nella maggior parte dei casi non succede niente di niente. Ma giunto nei pressi di un promontorio ho avuto proprio l’impressione che la mangianza mi stesse addosso. Che boghe, alici, zerri, castagnole mi si tenessero vicini mentre ero all’aspetto per proteggersi da qualcosa di più pericoloso che girava all’esterno. Solo che, un aspetto dopo l’altro, non arrivava niente e presto mi sono dimenticato di questa impressione. Parallelamente alla costa in direzione sud, sorprendevo all’agguato sempre nuovi branchi di salpe e di saraghi. Erano pesci piccoli ma speravo che ci scappasse il pesce da chilo imbrancato nel mucchio e, quindi, mi sono messo a fare le cose seriamente. Ogni volta che riemergevo lo facevo come se fossi soltanto un semplice oggetto inanimato. E, dopo una rapida preparazione, sprofondavo nel medesimo punto in cui ero emerso come se fossi soltanto un grosso sasso piatto che cadeva verso il fondo ondeggiando leggermente. Solo una volta sul fondo - con le mie vibrazioni che si confondevano con quelle provenienti dal rimbalzo delle onde sul terreno - cominciavo ad avanzare lentamente all’agguato, fermandomi periodicamente all’aspetto dietro i ripari che mi sembravano promettenti. Può sembrare un esercizio complicato ma vi assicuro che in soli cinque metri d’acqua chiunque può riuscire a farlo. Avanzavo così verso sud lasciando la costa alla mia sinistra e il mare aperto alla mia destra. Chiaramente mi aspettavo di sorprendere un sarago proveniente da terra e/o da sud davanti a me. Era pomeriggio, avevo il sole alle spalle ed essendo destro ero perfettamente in assetto per un brandeggio verso terra o davanti a me. Ma in mare non succede quasi mai quanto preventivato ed i serra arrivarono dalla mia destra dal largo verso terra. A mio avviso venivano verso lo gli stessi pesci che stavo insidiando io per fare la mia stessa pesca. Ovvero sentivano il nervosismo della mangianza e volevano capire chi fosse che si permetteva di spaventare le loro stesse prede. Quindi fu dal mio lato destro scoperto che vidi comparire, nel cilindro visuale della maschera il grosso capoccione bronzeo con la mascella cattiva. Avanzava lento senza avermi ne visto ne sentito. Era circa un metro e mezzo più in alto di me e poco meno di tre metri davanti, e sembrava concentrato verso la mangianza a terra alla mia sinistra. Ovviamente senza muovermi e con la sola visione periferica cercai subito di “frugare” alle spalle del serra per capire se ne stessero arrivando altri e quanti fossero. Riuscii a capire che, di sicuro, non era solo ma se fossero tre o trenta non potevo capirlo senza muovere la testa e sarebbe stata una pessima idea. Non c’è infatti niente di peggio di un branco di pesce alto sul lato scoperto per provocare una fuga generale istantanea al minino ondeggiamento, anche involontario, della testa, di un braccio o di una pinna. Il serra che vedevo stava avanzando davanti a me e, continuando così, si sarebbe portato a tiro da solo. Dovevo solo alzare il fucile (che era a filo delle rocce per sorprendere i saraghi) fino a portarlo in mira e, contemporaneamente, dovevo impedire a tutto il resto del mio corpo di muoversi. L’allineamento doveva essere compiuto con la massima lentezza possibile, compatibilmente con la direzione e la velocità del pesce in modo da non perdere l’appuntamento con la giusta linea di tiro al momento opportuno. Per fortuna il pesce era lento, tranquillo, solenne, magnifico. E mi bastava solo un secondo ancora per completare il tutto. Un attimo dopo ero arrivato ad un allineamento quasi perfetto. Dico quasi perché la freccia non era indirizzata in un punto di massima tenuta e, considerando la reazione sempre formidabile del serra, la cosa non poteva che preoccuparmi. Ma brandeggiare altri cinque centimetri significava attendere venti/cinquanta centesimi di secondo ed ero angosciato dall’immagine mentale degli altri serra, che non potevo vedere e che - sul mio lato scoperto - potevano terrorizzarsi da un momento all’altro. La scodata di un solo pesce avrebbe provocato una scodata simultanea, lasciandomi come un fesso a rimirare il fondale vuoto con il fucile puntato verso il nulla. Dunque semplicemente ho sparato con la speranza di mettere il pesce in sagola. Purtroppo in questo periodo della mia vita sto compiendo degli inopportuni esperimenti con i fucili e quindi sabato avevo lasciato il cannone per un altro oleo caricato in modo meno aggressivo e quindi passai bene il pesce ma senza metterlo in sagola.
Comunque sono riuscito a recuperarlo lo stesso, anche se con qualche patema d’animo.
Arrivato a terra ho tirato fuori una nuova macchina fotografica digitale con la quale scattare un paio di immagini ricordo. Ma, mi è scivolata e ho fatto un disastro. Quindi niente foto e macchina da riparare. Pazienza, lo so che sono uno che deve fare molta gavetta per imparare. Per fortuna ho sempre il telefonino per un paio di foto di emergenza.
Ma ormai siamo già a giugno e nuovi fondali ci aspettano.
Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it
Gherardo Zei