08/02/2009
Diario di Luglio 2009
DIARIO DI LUGLIO 2009
(L’etica del pescatore subacqueo)
In luglio l’acqua non è mai stata come avrebbe dovuto nonostante il tempo bello e stabile. Probabilmente il ritardo accumulato dalla “stagione” è ormai incolmabile e ce lo trascineremo per tutta l’estate, fino a quando le prime forti piogge di novembre cambieranno di nuovo le carte in tavola. Come se non bastasse nel Lazio nord abbiamo avuto troppo scirocco e - anche per questo - nei primi cinquecento metri da riva la visibilità è stata quasi sempre scarsa e la qualità dell’acqua non abbastanza buona da attirare il pesce. Se non “gira” pesce, il pescatore con qualche primavera sulle spalle lo capisce dopo una decina di tuffi al massimo.
Per me che pratico una pesca molto elementare, sempre da solo partendo da terra, è stato difficile ingegnarmi a trovare qualche pesce. Alla fine ho scoperto qualche zonetta sul coralligeno piatto in cui giravano dei piccoli branchi di saragoni. Ma erano tutti pesci “laureati” e catturarli all’agguato e all’aspetto sul grotto piatto, quasi senza ripari, era difficile. Per prenderne uno o due e “scappottare” c’era da spolmonarsi.
In questi casi, dopo 4 ore di fatica tanto poco ripagata, un vecchio pescatore che ha avuto tante soddisfazioni in passato non sempre riesce ad essere così filosofico da uscire felice dall’acqua La sua inevitabile insoddisfazione pone un problema tecnico che diventa ben presto un problema etico (almeno per me). Il problema tecnico è: come riuscire ugualmente a fare una pescata importante? Il problema etico è: ma devo per forza fare una pescata importante? E alla fine la mia risposta è no, non è necessario farla per forza. Sarei curioso di conoscere la vostra risposta.
Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire il ragionamento partendo dall’inizio.
La prima cosa che mi viene in mente è che un ragazzino o un principiante non hanno tutti questi problemi. Tanto per cominciare un cefaletto di trecento grammi catturato all’aspetto è già una preda più che sufficiente per fargli passare una felice giornata. Per seconda cosa un principiante non può essere in grado di capire al volo che la giornata è cattiva. Un principiante continuerà a “spingere” per tutta la battuta di pesca, convinto di poter prendere il pescione da un tuffo all’altro. Per tutti questi motivi un principiante è quindi in naturale equilibrio con il mare, infatti di norma un principiante non pone in essere pratiche al limite della legalità o illegali del tutto (come la trainetta, le sgasate per far intanare il pesce o peggio). Un principiante non cattura pesce in eccesso pensando di arrotondare o di pagarsi le vacanze vendendolo. Di solito un principiante parte da terra a forza di pinne e cattura poco pesce per il suo fabbisogno personale. Un ragazzino o un principiante sanno essere felici delle loro catture e si accontentano: alzano molto lentamente l’asticella delle loro ambizioni a partire da un polpo o da un grongo.
Si dice che nell’ingenuità della natura ci sia una grande saggezza e un principiante pescatore subacqueo è un po’ così. Un ingenuo che si comporta in modo saggio. E se poi ogni tanto cattura un paio di pesciolini decisamente sottopeso sarà veramente un peccato veniale.
Ma quando il pescatore in apnea diventa esperto le cose cambiano di molto. Negli anni questo ex principiante ha catturato di tutto ed anche molte prede importanti. Il suo palato è diventato meno sensibile. Se non prende almeno dieci pesci o almeno una preda di un paio di chili la giornata non può davvero essere considerata interessante. E, come se non bastasse, la progressiva scarsezza di pesce - in controtendenza con le sue aspettative - lo delude sempre più spesso. Ed allora si pone il problema etico. Infatti il pescatore subacqueo esperto a differenza del giovane principiante sa esattamente cosa si può fare per spingere sempre di più e catturare a tutti i costi non meno di quello che ha già catturato in passato. E non mi riferisco soltanto a pratiche illegali (come la tra inetta, le bombole o la pesca notturna) o moralmente criticabili (come la trainetta con lo scooter, le sgasate per fare intanare i branchi o l’uso del “maiale”). Sto pensando anche al legittimo uso sempre più massivo degli ausili tecnologici come il GPS e le imbarcazioni sempre migliori.
Eppure la verità è così semplice ed è davanti a noi. Ciò che sta cambiando in peggio il mare è proprio la sua progressiva antropizzazione. E cioè centinaia di migliaia di imbarcazioni di ogni tipo che scaricano in mare di tutto e “buttano in acqua” decine di milioni di turisti. Sistemi di pesca industriale così tecnologici che non lasciano scampo ai “montoni” di riproduzione. Milioni e milioni di chilometri di reti da posta. Decine di milioni di nasse. E centinaia di milioni di ami di palamiti. E, perché no, migliaia di gommoni di subacquei che cercano anche quell’ultimo irraggiungibile sommo.
E’ vero che la pesca subacquea fa pochi danni ma, in fondo al mio cuore, penso che noi non dovremmo partecipare affatto a questa folle corsa. Se tutto questo non esistesse e se i pesci selvaggi potessero essere catturati solo da coloro che riescono ad insidiarli con la sola forza del proprio corpo, il mare sarebbe talmente pieno di pesci da poterli prendere con le mani.
Solo se ci confrontiamo con le nostre prede senza strumenti elettronici e senza motori il confronto è leale, e ci possiamo vantare di fare qualcosa di diverso. Se invece utilizziamo il motore o la tecnologia, alla fine, ci comportiamo un po’ come tutti gli altri.
In un mese difficile come questo luglio 2009, nel quale ho dovuto lottare come un ragazzino per catturare qualche saragone, anche a me viene la tentazione di cambiare vita e mi chiedo perché non vado più spesso a pesca con qualche forte collega dotato di tutti i più moderni strumenti o perché io stesso non me ne provvedo. Certo sono pigro e anche questo ha il suo peso, ma non basta. Se fosse solo per la pigrizia, dopo cinque ore passate a sommozzare tirando l’apnea per cercare di far venire dei saraghi “laureati” su un piatto senza ripari, questa pigrizia me la farei passare.
Non è la pigrizia è un sogno. Dentro il mio cuore c’è un sogno che non riesce a morire nonostante tutto. E’ il sogno di un mondo antico, tribale e cavalleresco al tempo stesso. Un mondo dove gli uomini sono ancora orgogliosi di essere dei bravi cacciatori che - con la sola forza, resistenza e destrezza - riescono a catturare le prede per nutrire il proprio clan familiare, utilizzando soltanto imbarcazioni, armi e strumenti che possono essere spinti o caricati esclusivamente con la forza muscolare.
Penso che un mondo così non esisterà mai più ma credo anche che se sono ancora qui a scrivere una ragione sicuramente ci sarà.
Forse non sono solo. Magari molti la pensano come me e nemmeno lo sanno. Magari l’unica soluzione per il futuro è proprio andare a cercare il passato. Veramente non lo so.
Ma un giorno facevo un’intervista a quello che è forse il più grande e geniale artigiano nel campo delle attrezzature per la pesca e gli ho chiesto chi fosse il suo mito nella pesca e lui mi ha risposto: “il mio modello nella pesca subacquea sei tu, perché sei l’esempio vivente del pescatore subacqueo del terzo millennio che pratica una pesca consapevole e sostenibile”.
E’ un complimento bellissimo sono rimasto commosso. Ma vi giuro che non me lo aspettavo. Pensavo che tutti, compreso lui, mi considerassero (forse a ragione) solo un mezzo matto.
Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it
Gherardo Zei