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Diari del BassoFondo di Gherardo Zei
09/09/2009
Diario di agosto 2009

DIARIO DI AGOSTO 2009
(Il  mese delle vacanze)

Pare che questa sia stata una delle quattro estati più calde degli ultimi duecento anni.
In effetti, pur non essendo così tanto anziano, era dal 2003 che non trovavo acqua così calda. Quest’anno infatti, come nel 2003, in mare ho avuto caldo con la giacca da cinque millimetri e mi sono visto costretto ad allagare cappuccio, di quando in quando, per rinfrescarmi. Non solo. Ho anche notato fenomeni di mucillagine sia sul Tirreno che in Adriatico.
A proposito di mare Adriatico, domenica sedici agosto ho fatto una simpatica pescata con Mauro Pacchione (detto Pakkio o Superpakkio), animatore dell’Associazione Sportiva di Pescatori “Aspro Mare” di Silvi (non lontano da Pescara). Con il grande “Pakkio“ abbiamo fatto una bella uscita all’alba ed abbiamo catturato qualche sarago. Non ci eravamo mai incontrati di persona ma subito ci siamo sentiti come se fossimo vecchi amici. Una volta di più ho avuto la conferma del fatto che noi pescatori subacquei abbiamo nel sangue un elemento comune che ci rende simili anche se proveniamo da luoghi diversi, con differenti culture ed esperienze.
Poi sono andato in vacanza in Alto Adige in una località lacustre: “Caldaro”, famosa per il suo caldissimo lago che in estate raggiunge i 28 gradi in superficie. Ovviamente mi ero portato le pinne lunghe per andare a vedere cosa ci fosse sul fondo. Purtroppo non era un luogo molto interessante e le mie speranze di divertirmi a vedere lucci e grosse carpe è stata delusa. Infatti c’era solo circa un metro e mezzo di visibilità e, per soprammercato, sul fondo esistevano due palmi di un limo impalpabile che si sollevava anche solo a guardarlo, figurarsi appoggiarsi sul fondo per tentare un aspetto. Ho dovuto abbandonare e dedicarmi alla bicicletta.
Alla fine sono tornato a casa (e per casa intendo la mia amata Santa Marinella). Le notizie di “radio pescatore” non erano molto buone. Acqua sporca a sud per lo scirocco e per il caldo eccessivo, acqua sporca a nord per i lavori di dragaggio vicino al porto di Civitavecchia e pochissime catture segnalate. Certo non ho parlato con tutti e di sicuro qualcuno avrà fatto qualche bella pescata (come una di cinque grosse orate di cui mi è giunta notizia), ma in generale di pesce deve esserne girato poco perché altrimenti si sarebbe risaputo delle solite belle pescate di saraghi (in romanesco dette “acciaccate”) sulle secche della zona di levante come “Grottini”, “Macchia Tonda” o “Palo”. Invece gli amici quest’anno mi hanno raccontato qualche pesce di qua, qualche pesce di la e molti “cappotti” .
Io sono andato a pesca nei miei soliti posti: ostinato come un “vecchio mulo”.
Purtroppo la persistente corrente di scirocco ha sempre fatto peggiorare progressivamente le piccole entrate di pesce favorite da qualche minima “mossa di mare”. Insomma per un paio di giorni ho catturato 5/6 pesci al giorno ma tutti esemplari sotto il chilo di peso. Poi mentre, la qualità dell’acqua peggiorava, per pura fortuna ho catturato una spigola accettabile di circa kg. 1,3 e poi, dopo un sonoro cappotto, ho chiuso il mese di agosto sbagliando una bella orata che ancora mi tormenta nei ricordi.
Dico per pura fortuna perché quella spigola l’ho presa in un momento in cui “sentivo” che non c’era più pesce. L’acqua era cattiva e il pesce era affondato chissà dove. In condizioni del genere avevo abbandonato il giro dei miei sassi buoni (quelli che i raffinati chiamano “hot spot”) e stavo solo cercando una qualche zonetta con un po’ d’acqua più decente dove ci fosse qualche pesce. Alla fine avevo trovato un sommetto leggermente più alto con acqua appena più chiara e con castagnole e boghe sulla sommità. Mi ero incastrato appena sotto la cima e dopo una ventina di secondi avevano cominciato a transitarmi davanti, da terra verso il largo, alcune decine di saraghi maggiori sottopeso molto nervosi. A rimorchio era arrivata un’occhiata veramente bella (stimata sui seicento grammi). Data la giornata le avrei sparato molto volentieri ma era davvero troppo veloce. Dopo più niente: tutti i pesci erano spariti. Ma quel sommetto era il posto migliore che avessi trovato e quindi decisi di proseguire l’apnea per vedere se l’aspetto prolungato fosse idoneo a far avvicinare anche altri pesci più lontani, come a volte succede. Dopo circa un minuto arrivarono alcuni piccoli fasciati che cominciarono a farmi davanti il classico carosello. Li stavo osservando quando percepii una presenza il alto a sinistra con la visione periferica. Cercai di guardare meglio senza muovermi. Un muso si avvicinava lentamente nella mia direzione: pensai ad un serra ma mi pareva troppo lento per essere un serra. Infatti era una spigola. Me ne resi conto mentre già stavo brandeggiando tirando il gomito destro dietro la spalla e ruotando la mano che impugnava il fucile con il palmo verso l’esterno vicino alla guancia sinistra (non so se conoscete un modo migliore per fare un brandeggio del genere di novanta gradi dal basso verso l’alto). La spigola non mi aveva ne visto ne sentito ed era già a meno di due metri. A quel punto fare un tiro facile o fare un “casino” era questione di istanti e di millimetri. O sono stato bravo io o stupida la spigola: perché le avrò sparato dal basso da non più di trenta centimetri senza che si sia accorta di nulla.
Il giorno dopo ho trovato le orate in un posto dove non avrei mai pensato che ci fossero e non ne ho presa nemmeno una. C’erano un paio di metri di visibilità non di più e alcuni degli avvistamenti sono stati effettivamente troppo estremi in termini di difficoltà di tiro per potermi gettare addosso la croce dell’errore, ma la prima orata che ho visto avrei anche potuto prenderla e ancora ci penso.
Come dicevo c’era acqua opaca e due metri di visibilità. Ero appostato verso un gruppo di rocce, come si deve fare in casi del genere in modo che la visione delle rocce ci dia prospettiva e profondità di visione (altrimenti compromesse dalla visibilità troppo precaria). In questa situazione molto precaria cominciai a vedere qualche saraghetto sulla sinistra. Li “curavo” ma non mi sembravano tali da modificare la direzione dell’appostamento. Abbassai solo leggermente la linea di mira in quanto i saraghi mi davano l’impressione di arrivare a filo delle rocce come spesso fanno. Improvvisamente ecco il muso dell’orata sbucare alto, quasi di fronte sulla sinistra. Un decimo di secondo per rendermi conto e capire che era un orata e iniziai il brandeggio dal basso verso l’alto. Classicamente il pesce a questo punto ha scartato mettendosi di fianco per capire con la linea laterale cosa fossi. A questo punto avrei dovuto essere già pronto per il tiro e sparare ma invece – purtroppo - ancora non lo ero. L’orata  comprese che ero grosso e preoccupata scodò ancora, girandosi in direzione contraria alla mia per iniziare l’allontanamento. A questo punto ero pronto a sparare ma con quella visibilità un tiro di coda non è a colpo sicuro. Decisi di attendere ancora venti centesimi di secondo; se solo l’orata avesse fatto un piccolo scarto permettendomi un angolo leggermente migliore avrei sparato a colpo sicuro. Il ragionamento su cui basavo la mia attesa non era infondato. Infatti se è pur vero che in un caso del genere un orata inizia di norma ad allontanarsi in direzione esattamente opposta al pericolo è anche vero che spesso, istintivamente, tende a indirizzarsi grossomodo nella direzione da cui era venuta. Nel caso di specie se avesse fatto anche un minimo scarto in quella direzione l’avrei fulminata. Niente. I venti centesimi di secondo erano passati ma l’orata non aveva fatto nessuno scarto. Continuava ad allontanarsi esattamente in direzione opposta alla mia. Era ancora a tiro ma era più lontana. Seppure avevo avuto più tempo per mirare, d’altro lato il tiro era più difficile, in quanto il pesce era ormai più lontano. Inoltre nei successivi dieci centesimi di secondo sarebbe uscita dalla zona di visibilità e quindi non c’era più tempo di ragionare e fare congetture. Bisognava sparare e ho sparato.
E’ divertente osservare come l’esito dei tiri fatti verso l’alto in condizioni del genere - al limite di visibilità - non venga controllato dal pescatore in modo ottico (guardando se il pesce è colpito) ma in modo tattile e cioè sentendo se la freccia imprime al nylon lo strappo a fine corsa. Solo dopo (se il pesce è colpito) potremo percepire anche la reazione del pesce, ma non sempre la reazione del pesce è un valido sintomo di tiro andato a segno (o meglio in positivo si ma in negativo no), perché capita di sparare a pesci nel torbido e di non sentire nessuna reazione, salvo poi trovare il pesce fulminato sull’asta e appoggiato sul fondo.
Insomma ho sparato all’orata, ho percepito il rapidissimo sviluppo delle tre passate di nylon che venivano progressivamente impegnate dalla progressione della freccia e alla fine…. ho sentito chiaramente lo strappo di fine corsa che mi portava via quasi venti centimetri di sagolino. L’avevo sbagliata.
Tornato a Roma sono rientrato al lavoro.
Immagino che molti di voi lavorino, come me, nell’industria e nel privato e credo che abbiate una certa idea di quello che sta succedendo. La crisi economica questa volta non è una vuota parola e il mondo del lavoro produttivo sta attraversando un periodo di lucida follia. Le aziende crollano come se fossero castelli di carte e quelle che non crollano tagliano i costi (e il personale) a più non posso. Nessuno può essere più ragionevolmente sicuro del suo futuro lavorativo.
Eppure. Nei momenti di pausa il pensiero che mi tormenta in fondo all’angolo più riposto della mia anima non è quello del lavoro e della sicurezza economica. Il pensiero che riemerge dal profondo della mia mente nei momenti di pausa è il ricordo di quell’orata. Rivedo il film della mancata cattura e ripasso uno per uno i miei movimenti e ripercorro, una per una, tutte le mie decisioni in quella fase. L’azione nel suo complesso è durata meno di due secondi ma, come sempre succede nel nostro sport, si tratta di due secondi che hanno bruciato come una fiamma più forte e più luminosa. Due secondi lunghi come un’ora. Di sicuro ero in ritardo al momento della prima scodata del pesce: ho sbagliato io o era un fatto inevitabile data la mia posizione iniziale? Di sicuro avrei potuto sparare non appena raggiunta la linea di mira: ho sbagliato o era giusto attendere la seconda scodata?
Lo so che sembra assurdo preoccuparsi di una cosa del genere quando in questo momento ci sono nella vita di ciascuno ben altri rischi di cui occuparsi ma io dico che bisogna essere umili nei confronti della nostra natura umana.
Sono convinto che i miei antenati per centinaia di migliaia di anni sono sopravvissuti affinando la propria sensibilità nei confronti della caccia. La caccia era l’elemento cardine della sopravvivenza propria e della famiglia. Solo da quattro o cinque generazioni le cose sono cambiate, troppo poco per mutare dentro.
E quindi la mia anima profonda continua a dirmi: “che ti frega di queste scemenze della finanza e dell’industria: ricordati che hai sbagliato quell’orata. L’orata è la cosa importante!”

Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it

Gherardo Zei

Diario del BassoFondo