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Diari del BassoFondo di Gherardo Zei
10/05/2009
Diario di Settembre 2009

Diario di SETTEMBRE  2009
(saraghi, acciacchi e un serra)

Ormai mancano solo pochi mesi al mio cinquantesimo compleanno e, dal punto di vista fisico, ho trascorso in mare un mese oggettivamente difficile. Forse è stato solo un caso o forse mi prepara ad anni più duri.
A ripensarci avevo sofferto di una contrattura alla spalla destra fin da agosto. All’inizio di settembre ho cominciato ad accusare nell’azione di brandeggio delle fitte dolorose dietro il deltoide. Poi con il passare delle settimane le fitte si sono trasformate in un dolore sordo e, infine, sempre durante il brandeggio, ho cominciato ad accusare anche un insistente formicolio alle dita della mano destra; formicolio che nei giorni successivi ha iniziato ad infastidirmi anche fuori dall’acqua. A questo punto mi sono visto costretto, un giorno, a pescare addirittura impugnando il fucile con la sinistra.
Un mio caro amico, pescatore subacqueo e valente ortopedico, mi ha diagnosticato alcune contratture e una sospetta ernia alla colonna che mi provocava le sensazioni di formicolio.
Tutte ipotesi fondate. Ma i sintomi mi parevano troppo concentrati nel tempo, numerosi e differenti tra loro per non essere correlati con qualcosa legato alla mia attività di pesca degli ultimi tempi. E, del resto, stavo abbastanza male e, se avessi dovuto sospendere la mia attività subacquea fino alla fine degli esami clinici e delle successive cure, avrei rischiato di riprendere a pescare chissà quando. Siccome saranno almeno dodici anni che non salto nemmeno un mese di pesca ero fermamente deciso a tentare con tutte le mie forze di trovare una soluzione che mi consentisse di continuare a pescare. Alla fine ho capito.
A partire da luglio mi ero trovato spesso (più spesso del solito) a cercare di insidiare all’aspetto branchi di saraghi che mi arrivavano dall’alto. Oggi come oggi non è una cosa strana dalle mie parti. Infatti credo che sia nozione comune come, sempre più, i saraghi invece di intanarsi girano in branchi vaganti alti sul grotto che scendono solo di tanto in tanto a brucare, pronti a sollevarsi dal pasto e allontanarsi in acqua libera al primo segno di pericolo. E anche quando si cerca di farli scendere stimolando il loro istinto territoriale con la tecnica dell’aspetto questi pesci non puntano di certo direttamente il pescatore accostato al fondo. Tutto al contrario cercano di approcciarlo sempre dall’alto, in modo da tenersi fuori tiro fino a quando – accertate con la linea laterale le dimensioni del loro predatore – si allontanano definitivamente. Riuscire a portare a tiro qualcuno di questi saraghi non è impresa facile. Non basta semplicemente una apnea lunga. Il pescatore deve riuscire per prima cosa a trovare un rifugio adeguato (e nel grotto piatto spesso non è agevole). Diciamo che se proprio non c’è un bel “catino” disponibile perlomeno ci vuole un avallamento molto pronunciato. Poi il pescatore si deve nascondere completamente e, se il nascondiglio è poco efficace, il subacqueo si deve quasi stendere sulle rocce come un tappeto, cercando di prendere con il corpo la forma delle rocce stesse. Inoltre all’avvicinarsi dei saraghi deve riuscire a brandeggiare con movimenti impercettibili nei confronti dei saraghi in esitante approccio dall’alto e – molto spesso – da dietro. Vi lascio solo immaginare i contorsionismi. Ebbene ho scoperto che da questo era derivata la mia malattia. Se siete giovani contorcetevi pure come polpi per mettere in mira i saraghi, ma se avete la mia età, date retta, seguite i consigli che vi riporto di seguito. Allora il tema principale è che non dovete forzare il sollevamento verso l’alto della testa al punto da alterare l’arco naturale della colonna vertebrale. Quindi anche se i pesci arrivano dall’alto e vi trovate costretti a sollevare oltremisura la testa e la mano destra che impugna l’arma, dovete farlo sempre arcuando tutta la colonna a partire dalla zona sopra i glutei, proseguendo con il centro delle schiena e concludendo con una flessione del collo ma che non sia mai troppo esagerata. Finalmente ho capito che la mia serie di sintomi, le contratture, i dolori e, infine, il formicolio, erano dovuti solo a questo cattivo utilizzo della colonna (oltre che alla mia età anagrafica e ai miei acciacchi naturalmente) e sono tornato in mare cercando di prestare attenzione. Badate che non è facile modificare propri movimenti istintivi e, quindi, se dovesse capitare anche a voi vi raccomando di mettere molto impegno in questa fase di correzione. Insomma sono tornato in mare facendo così e, alla prima uscita del mese di ottobre, i sintomi hanno cominciato a regredire. Probabilmente, per il momento, sono salvo. Ma quella di ottobre è un’altra storia, torniamo a settembre. Nel Lazio abbiamo avuto un settembre sicuramente deludente, rispetto a molti anni del passato, in cui l’acqua pulita aveva fatto avvicinare molto pesce, come saraghi, pelagici e già i primi cefali dorini in entrata. Complice, credo, il regime anomalo del meteo e delle precipitazioni di tutto l’anno, anche nel mese di settembre l’acqua è rimasta quasi sempre piuttosto torbida e poco invitante. Ad ogni uscita già il numero ridotto dei branchi di salpe e la loro taglia modesta faceva capire al pescatore come la situazione del pesce non fosse esaltante.
Combattendo contro i miei dolori ho catturato qualche pesce ed ho anche fatto qualche cappotto. Mi piace concludere questa pagina del diario ricordando un serra di tre chili che ho preso alla fine di una giornataccia di acqua torbida, di poco pesce e di molto dolore alla mia povera schiena.
Avevo passato tutti gli spot della zona e non c’era niente di niente. Solo in due punti (su almeno cinquanta) avevo avuto la sensazione dal movimento della mangianza che potesse sbucare qualche pesce degno. Credo che mi comprenderete se vi dico che è una noia mortale effettuare un aspetto quando già nei primi dieci secondi si è capito che non arriverà nessun pesce. Inoltre non potevo nemmeno distrarmi pensando a tante cose della mia vita o anche solo al mare, alle onde e al sole che scintilla sull’acqua. Non potevo perché mi faceva male la schiena, la spalla, il braccio e, alla fine, mi formicolava anche la mano tutte le volte che cercavo di brandeggiare. Che tormento!
Sulla via del ritorno ero ripassato in una zona che, all’andata, avevo deciso di saltare per la troppo scarsa visibilità. In effetti la visibilità era scarsa ma trovai una zonetta di acqua più chiara che mi consentiva ad accostarmi verso terra in una specie di canale nel quale la visibilità si manteneva sui 3/4 metri. Giunto in corrispondenza della trincea di grotto che costituisce il migliore spot di quella zonetta scesi e mi appostai. A parte le castagnole abbastanza basse, avevo davanti un branco consistente di boghe che sciamava a destra e a sinistra con scatti brevi ed asincroni. Avvertivo una certa tensione nei pesci intorno a me (non molta ma un po’ ne avvertivo). Non era una di quelle situazioni in cui dici a te stesso che sicuramente, e senza ombra di dubbio, il pesce sta arrivando ma, perlomeno, si sentiva che esisteva una certa percentuale di probabilità che arrivasse qualcosa. Dopotutto, in quella giornata, era solo il terzo tuffo su cento in cui avevo questa piacevole sensazione e, pertanto, già potevo dirmi contento. Inoltre quel sabato mia moglie ed io avevamo anche un paio di amici ospiti a Santa Marinella, i quali, venendo da me, si aspettavano di cenare con un pesce di giornata. Mi avrebbe fatto comodo catturare qualcosa e poi già ero abbastanza depresso per la schiena che mi tormentava. Insomma quando il serra comparve dalla destra cominciando ad attraversare il mio orizzonte a velocità di crociera fu come una visione. Era un pesce molto facile ma, alzando il braccio, il dolore della schiena e della spalla risvegliò in me i più foschi presagi. Se lo avessi sbagliato non ne avrei certo trovato un altro in quel giorno. Quando un pensiero vagante attraversa la mente del pescatore in fase di allineamento, costui finisce sempre per perdere leggermente la concentrazione e ritardare il tiro di qualche istante. Così fu. Cercai di ignorare il dolore insieme ai cattivi presagi e di concentrarmi esclusivamente sul pesce e finalmente - con almeno mezzo secondo di ritardo sullo sviluppo naturale dell’azione - sparai. Preso sopra la pinnetta laterale e, quasi fulminato, il serra si fermo di colpo; poi si rovesciò su se stesso facendo perno sull’asta che lo attraversava e cominciò a nuotare lentamente capovolto. E già stavo pensando a come cucinarlo la sera stessa, togliendo il sapore di selvatico (per ottenere questo risultato suggerisco di eliminare tutto il sangue rappreso con un coltellino) ed evitando la maggiore durezza della carne non frollata (consiglio cotture molto umide). Magari il mese prossimo vi suggerirò qualche ricetta.

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Gherardo Zei


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