11/02/2009
Diario di Ottobre 2009
Diario di OTTOBRE 2009
(Tra dolore e guarigione)
Nonostante la diagnosi esatta e la ginnastica posturale corretta, per tutta la prima parte del mese ho pescato soffrendo una dolorosa convalescenza. Poi finalmente i sintomi hanno cominciato a regredire fino alla quasi completa remissione.
Ecco tutta la storia in tre catture.
10 ottobre 2009
Dopo ogni sommozzata devo fare l’esercizio di allungamento della colonna. Mi afferro la nuca con la mano sinistra e - come fossi un calciatore che fa una rimessa laterale con la propria testa - tiro verso l’alto per dieci secondi, cercando di stirare la colonna vertebrale. Provo un certo sollievo. Poi riprendo a ventilarmi in compagnia del dolore che dal collo si diffonde alla spalla e scende lungo il braccio. Mi tuffo, plano sul fondo e cerco una posizione adeguata per cominciare l’azione di pesca. Quando guardo in avanti la mia schiena deve inarcarsi in modo armonico per tutta la sua lunghezza, per mantenere dritta e lunga la spina dorsale. Se sbaglio qualcosa ho dolore e poi il braccio comincia ad intorpidirsi. Se azzecco tutto invece sto bene. Tuttavia, per tutto il tempo in cui sto sul fondo, è sufficiente una piccola sbavatura nella posizione per cominciare a sentire una scossa lungo il braccio destro e poi un intorpidimento del braccio e della mano che aumenta, di secondo in secondo, per culminare in un forte formicolio. A questo punto devo praticamente interrompere l’azione per stendere la colonna e fare gli esercizi di distensione (il tutto avviene sul fondo con il fucile appoggiato al terreno). Per prevenire cerco di non sforzare troppo il braccio e pesco per la maggior parte del tempo con il fucile appoggiato sul fondale (pronto a riprenderlo all’arrivo dei pesci). Nel frattempo scruto il l’orizzonte subacqueo per capire. Ma quando giro la testa, basta un minimo errore di posizione e ho di nuovo dolore.
Si può pescare in queste condizioni?
Orata
Visibilità tre metri. Sono steso su un fondale di grotto quasi piatto con radi funghetti. Il fucile è appoggiato davanti a me. Cerco di tenere la mia povera schiena dritta e di controllare un piccolo gruppo di maggiori che arrivano a ore due. Forse, allarmati, stanno rientrando in tana. Presumibilmente sono diretti verso una lastra presso una fossata di fango dietro di me. L’ho notata durante la discesa. Sono pesci sottopeso e vengono dritti. Se non li spavento mi passeranno lungo il fianco destro e si andranno a rifugiare. A rimorchio vedo arrivare un sarago più grosso (la mia mano si avvicina al calcio del fucile). Al limite di visibilità il pesce invece di seguire i compagni scarta sulla sinistra e vedo la macchia rossa: è un’orata che era imbrancata con i saraghi. Ormai ho quasi allineato mentre il pesce prosegue allontanandosi più o meno orizzontalmente senza scarti. E’ all'incirca al limite di visibilità ma, visto che non sta accelerando, decido di usare un paio di decimi di secondo per mirare meglio. Sparo. Non vedo spanciate. Le tre passate si tendono ma senza scossone finale. Forse l’ho colpita o forse - a fine corsa - ho preso un funghetto di grotto più alto degli altri. Nuoto in avanti e vedo il polverone di fango nella fossata dove l’orata si sta dibattendo. E’ presa bene al centro e l’aletta è aperta.
Cefalo
Sono steso longitudinalmente sul bordo superiore di una cigliata perché è la posizione che mi garantisce il migliore assetto della schiena. Ma non è la migliore per i pesci. Infatti il cefalo dorino da chilo mi arriva da dietro sul lato destro nuotando poco sotto la superficie. Sono quasi completamente scoperto e, pertanto, è sufficiente il leggero ondeggiamento del riflusso dell’onda a far percepire al cefalo la dimensione della mia sagoma. Il pesce ancora fuori tiro schiocca la coda e inverte la rotta a centottanta gradi. Risalgo pensando che il branco di pesci potrebbe essere in una fossata di sabbia di che conosco, situata proprio nella direzione di provenienza del cefalo. Trovo il riparo migliore nella giusta direzione rispetto alla fossata e decido di effettuare un aspetto lungo. Scendo ed eseguo. Dopo circa cinquanta secondi ecco un cefalo della stessa dimensione e provenienza di quello precedente (è anche lo stesso pesce?). Ma questa volta io sono posizionato molto meglio. Comunque il pesce è nervoso e, a circa quattro metri, scarta e devia sulla sinistra accelerando. Estendo il braccio, sparo e lo metto in sagola a tre metri dalla punta del fucile. Che fucile il mio cannoncino!
25 ottobre 2009
Non ho più dolore. O forse un poco c’è ancora. Si in effetti sento un doloretto fastidioso al centro della spalla, come quello di una piccola contrattura muscolare. Ma è talmente poco da non rendersene conto. Così poco che, forse, un dolore così ce l’ho già avuto centinaia di volte senza darci peso. Ma dopo due mesi di sofferenza, come quelli appena passati, di certo oggi mi accorgo anche di ogni minimo sintomo.
Tuttavia in pratica sto bene e, per la prima volta dopo tanto tempo, posso pescare normalmente senza essere costantemente distratto dalle fitte o dalla sensazione del braccio che si intorpidisce e, alla fine, mi formicola violentemente.
Sono contento. Non ho preso farmaci ma mi sono lasciato guidare dal dolore. Così ho modificato completamente il mio assetto in mare e i sintomi sono regrediti fino alla quasi completa remissione. Evidentemente il mio assetto precedente era sbagliato e il mio corpo pagava un prezzo troppo alto per eseguire gli ordini della mia mente. Così ha pensato di aiutarmi avvertendomi con il “messaggero dolore”. Il dolore mi ha fatto soffrire ma mi ha aiutato. Grazie dolore!
Finalmente provo di nuovo il sublime piacere di rilassarmi sull’acqua con un senso di benessere e di concentrarmi sulla respirazione, cercando il giusto mix di applicazione e rilassamento.
Spigola
Sono appostato quasi allo scoperto su un’acciottolato. Alcuni branchi di salpe mi hanno progressivamente attirato in questa direzione, dandomi la sensazione di entrare in una zonetta promettente. Sono fermo, immobile e concentrato e guardo in leggero controsole. Le salpe vanno da sinistra verso destra molto lentamente e, seguendole con lo sguardo, mi metto ad osservare alcuni fasciati che provengono da dietro. Cerco di guardare dietro i fasciati sperando di veder comparire un grosso cefalo. Infatti il giorno del mese, il luogo dove mi trovo e le condizioni meteomarine mi parlano di un cefalo che arriverà alto dalla parte dove sto guardando. Quando un pescatore è anziano, ne ha viste così tante ed ha tanta esperienza che talvolta crede di poter prevedere il futuro, ma molto spesso (per non dire quasi sempre) si sbaglia. E infatti in pochi istanti tutto cambia.
Con la parte bassa della visione periferica vedo un testone scuro che mi viene incontro con velocità e potenza, nuotando radente i sassi del fondo. Spigola! Velocità e direzione dicono che ho poco più di un secondo prima che mi arrivi a mezzo metro dalla punta del fucile, a quel punto scarterà con violenza e poi si allontanerà a velocità superiore a quella di avvicinamento. Il tempo a mia disposizione è a malapena sufficiente per il brandeggio necessario a sparare bene a colpo sicuro. Mi muovo! Purtroppo avviene l’imponderabile. Percepisco sulla sinistra in avvicinamento altrettanto veloce una spigola forse più grossa. Mi serve solo una frazione di secondo per decidere di non staccare l’attenzione dal primo pesce, il rischio di perderli tutti e due è troppo forte. Purtroppo anche perdere una frazione di secondo può essere decisivo. Adesso sono in ritardo e non so più se riuscirò a brandeggiare in tempo per sparare anticipando la virata secca della spigola. Infatti non ce la faccio. Questione di centesimi di secondo, ma non ce la faccio. E quel che peggio non riesco a fermare il dito (per tentare un più difficile ma sempre valido tiro sul pesce in allontanamento) e sparo proprio durante la virata veloce della spigola. Per puro miracolo la prendo lo stesso, un centimetro sotto la pinna dorsale e, data la distanza, va in sagola. Di nuovo ho solo un attimo per decidere, mentre la spigola si sta allontanando furiosamente con un lembo di pelle della schiena cucito nel mio nylon. Chiaramente di forzare il recupero non se ne parla. Le alternative sono due: o apro il mulinello oppure lascio il fucile. Il pesce è stimato tra i due e i tre chili e quindi - di norma - in condizioni di visibilità inferiore ai quattro metri, non dovrei lasciare il fucile. Ma è una bella spigola ed presa talmente male che preferisco rischiare di perdere il fucile e tentare con tutte le mie forze di completare la cattura. Apro la mano e lascio andare il fucile. Per fortuna il pesce si dirige verso terra. Nuotiamo entrambi “a tutta” per una decina di metri o forse venti, mentre riesco a scorgere soltanto a malapena il calcio del fucile davanti a me. Poi, come era inevitabile, la freccia si incaglia sul bassofondo e il pesce comincia a scorrere sul nylon. Tra pochi istanti arriverà in corrispondenza del sagolino trecciato che è molto più abrasivo del nylon. La festa è finita, devo recuperarla subito, so bene che si strapperà entro i prossimi quindici secondi. Arrivo a tutta sul punto. Mi manda fuori tempo due volte e, al terzo tentativo, riesco a prenderla ovviamente storta, con la coda sulla mia faccia. Cerco di stringere il più possibile mentre miglioro la presa. A questo punto una forte scodata potrebbe fregarmi. Finalmente ci riesco: la tengo. Alzo la mano che stringe solidamente il pesce nelle branchie. Come pensavo la spigola si è finita di strappare dal sagolino durante il parapiglia. Non è vincolata a nulla, sono solo io che ce l’ho in mano. La finisco con lo stiletto e poi mi giro a pancia in su per riposarmi facendo il morto a galla. Che stanchezza.
Citando il titolo di un magnifico film: la pesca subacquea non è un sport per vecchi.
Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it
Gherardo Zei