11/30/2009
Diario di Novembre 2009
Diario di NOVEMBRE 2009
(Regole all’italiana)
Questo mese ho utilizzato un po’ del mio tempo per occuparmi dell’imminente, ennesima, istituzione di un “Parco Marino”. Ma sarebbe meglio chiamarlo soltanto “Marino” visto che di “Parco” avrà ben poco. Si tratterà di un Parco Regionale della Regione Liguria, situato nell’estremo lembo di ponente. Sto parlando del futuro Parco Marino (Parco si fa per dire) del promontorio della Mortola.
Per conto della nostra rivista cartacea Pescasub & Apnea ho preso contatto con le istituzioni locali per capire meglio e per scrivere qualcosa. Ho parlato con persone oneste e competenti ma purtroppo questo non significa che le cose stiano procedendo bene e andranno per il meglio. Tutto al contrario. Perché nel nostro paese il problema non sono le singole persone, il problema è che proprio esiste tutto un sistema di regole e di rapporti sociali che non funziona. E non c’è persona per quanto benintenzionata (sottoscritto compreso) che potrebbe mettere mano con successo al caos più assoluto (perché di questo si tratta). Forse, per assurdo, la cosa migliore sarebbe quella di non fare mai niente di niente, perché ogni cambiamento in un “sistema paese” afflitto da un cronico circuito vizioso, non fa altro che peggiorare la situazione.
Partendo dal problema dei parchi, vorrei fare qualche considerazione, puramente esemplificativa e non certo esaustiva, sul caos delle regole nei nostri mari.
Parchi Marini - Parco della Mortola & CO
Meglio non metterla giù tragica e quindi preparatevi a ridere. Dunque noi in Italia abbiamo fondamentalmente due tipi di parchi. Il primo genere è quello del “santuario intoccabile”. Un luogo dove l’uomo non può mai più mettere piede. Un posto cancellato dalla carta geografica, e di cui si favoleggia parlandone come di una specie di immaginaria isola di Peter Pan. Pensate che quando penso all’Isola di Montecristo, l’unica immagine che mi viene sempre in mente è quella in bianco e nero del film sul “Conte di Montecristo” che ho visto da bambino. Praticamente è come se fosse una sorta di antico sogno, una specie di leggenda. Viene quasi da chiedersi se sia un posto reale o semplicemente un luogo dell’immaginario. Ma adesso vi domando con il cuore in mano: “ha qualche senso per qualcuno che esista un posto del genere?”. Possibile che l’umanità non abbia alternative tra distruggere una cosa ovvero nasconderla al punto di farla scomparire? Non si potrebbe godere della bellezza senza per forza devastarla?
E qui arriviamo alla situazione degli altri “Parchi Marini”: quelli che sarebbe meglio che si chiamassero solo “Marini”. Infatti questi altri parchi dovrebbero essere quelli che vengono fruiti dal genere umano in modo sostenibile e cioè senza distruggerli. E mi viene da sganasciarmi dal ridere a pensare alle regole studiate per ottenere questo risultato.
Dunque i parchi Italiani non sono ancora tanti (ma presto lo saranno) e tuttavia sono per prima cosa “grandi”. Riguardano cioè grandi estensioni di costa. Questo fatto viene giustificato con il desiderio – in se stesso ineccepibile - di salvaguardare lunghi segmenti di bellissima costa. Nel nostro comico paese una perfetta giustificazione come questa, solitamente, prelude a quello che, volgarmente, potremmo chiamare un “grandissimo casino”. E infatti di questo si tratta. Conseguenza della grandezza dei parchi è, da un lato, che non si riescano ad effettuare adeguati controlli, favorendo così i malintenzionati, mentre dall’altro lato significa che “l’Ente Parco” sarà sempre - per definizione - in carenza di personale e di fondi, dando luogo ad un’altra piccola e fiorente burocrazia che munge i soldi del contribuente in favore dei beneficiati di qualche politico. Ma quali sono le regole di salvaguardia di questi parchi? Dunque la pesca industriale e professionale (strascicanti, ciancioli, tramagli & company) è solitamente ammessa perché i pescatori tengono famiglia e anzi il governo paga anche i contributi sul carburante e altri incentivi; ciò perché gli stock ittici sono sempre più insufficiente e, senza gli aiuti di stato, il comparto industriale della pesca non riuscirebbe più a stare in piedi. E’ una soluzione molto intelligente davvero! Con questo colpo di genio si farà in modo che quando (molto presto) il pesce sarà completamente distrutto, non basterà nemmeno regalarlo il gasolio per tenere in piedi il settore pesca. E allora tutta l’industria che si basa sulla pesca industriale crollerà di colpo, mettendo in mezzo alla strada decine di migliaia di persone che oggi, invece, potrebbero ancora ricollocarsi per gradi nel corso di un lungo periodo di tempo. Ma andiamo oltre. I pescatori sportivi con canne, lenze, palamiti e simili sono ammessi nei parchi marini. Ufficialmente la giustificazione è che non fanno tanto danno e rilasciano le prede (anche se questo avviene solo nei sogni e nei filmati dei canali tematici). In realtà – visto che di danno ne fanno poco ma comunque molto di più dei pescatori subacquei che invece sono esclusi – la ragione della loro ammissione è legata al loro numero. Sono davvero tanti e quindi sono potenti.
Unici esclusi dai parchi sono i pescatori subacquei. Esclusi perché fanno meno danno di tutti gli altri! Non scherzo la ragione è proprio questa. Infatti i pescatori subacquei sono meno numerosi delle altre categorie di pescatori e anche per questo fanno poco danno (ma non solo per questo) e per lo stesso motivo (il fatto di essere pochi) hanno poco potere. Inoltre, sfortunatamente, i pescatori subacquei danno disturbo ai pesci ammaestrati dei Diving. E del resto - nella nevrotica logica contemporanea delle vacanze mordi e fuggi - come potrebbe la grande massa delle persone immergersi goffamente e riuscire a vedere almeno un pesce se non ci fossero i pesci ammaestrati?
Immaginiamo allora questo nostro ipotetico parco (che poi tanto ipotetico non è) dove gli stock ittici sono sterminati dalla pesca industriale e professionale ed i pochi pesci ammaestrati divertono, come al circo, i bravi subacquei da Diving e Snorkel. Unici esclusi gli innocui pescatori subacquei. La cosa buffa e crudele al tempo stesso è che quando diciamo queste cose a qualche responsabile di Parco Marino questi di solito ci risponde: “Avete ragione ma se includessimo anche voi sarebbe tutto ammesso e allora come potremmo dire che ci troviamo in un parco?”
Comunque questa discriminazione è totalmente illegittima anche dal punto di vista legale. Con l’Associazione Pescapnea facemmo ricorso al TAR per un parco in Liguria (mi pare fosse il Parco delle Cinque Terre). Mi sembra di ricordare che il Giudice abbia respinto il nostro ricorso senza esaminarlo nel merito, sulla scorta dell’assunto che, avendo l’associazione sede legale a Milano, non avevamo “l’interesse legittimo” per ricorrere. D’accordo magari il Giudice non sapeva che tutti i Milanesi vanno a pescare in Liguria e senz’altro il nostro avvocato ci ha consigliato male, ma resta il fatto che ancora nessuno ci ha detto che abbiamo torto. Infatti abbiamo ragione, ma, ineluttabilmente, in Italia la ragione è dei fessi.
Soccorso in mare – Anche ai pescatori qualche volta può servire?
Anche il sistema del soccorso in mare può darci lo spunto per fare quattro risate (amare).
Come anche la storia che sto per raccontarvi dimostrerà, i pescatori subacquei sono tipicamente persone serie, esperte ed organizzate, che in mare non hanno bisogno del soccorso di nessuno e, anzi, di norma, sono loro che aiutano i naviganti in difficoltà.
Ma se persino ai pescatori subacquei - magari solo una volta - servisse aiuto? Come leggerete di seguito è meglio che non capiti. Nondimeno nella mia ingenuità non lo pensavo. Visto che ero abituato a vedere le imbarcazioni della Guardia Costiera sfrecciare potenti e, in televisione, gli audaci salvataggi dei barconi degli immigrati effettuati in alto mare, pensavo che il giorno che ci fosse servito aiuto qualcuno ce lo avrebbe prestato e tenevo il numero della Guardia Costiera memorizzato sul telefonino. Ma qualche tempo fa, in un noto forum del web, un famoso agonista di pesca subacquea (mio amico) ha raccontato che un bel giorno si trovava sul gommone in compagnia di un altro famoso agonista (pure mio amico) e delle mogli di tutti e due, di cui una incinta. Non si trovavano fuori a pesca, erano andati solo a fare una bella passeggiata primaverile in mare con le signore e non erano nemmeno eccessivamente lontani dalla costa. Ad un certo punto il motore li ha piantati e si stava facendo sera. In giro non c’era nessuno a cui chiedere il favore di tirare una cima e rimorchiarli. Quindi telefonarono in Capitaneria e la risposta che ricevettero li lasciò a bocca aperta. Se non c’era qualcuno che stava male a bordo la Capitaneria non poteva andarli a rimorchiare e, al massimo, poteva dargli il numero di telefono di un privato. I due campioni di cui sto parlando sono due uomini seri e dignitosi e non avevano voglia di fare la solita scena italiana dicendo che le mogli stavano male (e vi ricordo che una delle due era incinta). Quindi telefonarono al numero del privato segnalato dalla Capitaneria. Rispose un tizio che disse che avrebbe dovuto andare a prenderli con un rimorchiatore e che il costo era non ricordo più se di seicento o di ottocento euro. Faccio una breve digressione per dirvi che, a questo punto della storia, sul forum si scatenò una vera ondata di indignazione, con decine di post in cui si stigmatizzava il comportamento della Capitaneria, ritenendolo illegittimo. Finché non intervenne un esperto della materia a spiegare che il comportamento era perfettamente legittimo. Perfettamente legittimo ma totalmente assurdo dico io. Se una persona va alla deriva in mare di sera è implicitamente in pericolo! E se questa persona non ha gli ottocento euro da dare al rimorchiatore che facciamo? Lo lasciamo scarrocciare tutta la notte finché gli si scarica il telefonino e poi il giorno dopo, quando si ingrossa il mare, facciamo scattare i soccorsi e lo cerchiamo con gli elicotteri?
I due campioni a bordo gli ottocento euro ce li avevano, ma preferivano usarli per i figli che darli a quel privato per un breve traino di un piccolo gommone. E a questo punto vi riporto a memoria (ma esatte nella sostanza) le parole con cui il campione che stava narrando la storia sul forum ha concluso il suo racconto: “per fortuna noi eravamo noi! Indossammo le mute e le pinne lunghe, filammo due cime in mare e trascinammo il gommone a terra a nuoto”.
Cosa ho fatto dopo che sono venuto a conoscenza di questo episodio? Ho cancellato il numero della Capitaneria dal cellulare e l’ho sostituito con quella di una associazione di volontariato che pratica il soccorso in mare dalle mie parti. Non si sa mai. Anche io potrei avere bisogno di aiuto un giorno.
Zone interdette alla pesca - Ma quale sarà mai il punto vietato?
Su questo tema non vorrei dilungarmi. Ma di una cosa sono certo. Dopo aver ascoltato tanti racconti di amici pescatori relativi a contestazioni ricevute per pesca in posti vietati, mi sono fatto l’idea che quando si trovano a confronto il pescatore subacqueo ed il tutore dell’ordine che lo deve controllare, nella maggior parte dei casi nessuno dei due sappia in realtà se il posto è vietato o consentito. Questa è la “chiarezza” delle norme in Italia! Le distanze dalla riva di spiagge più o meno frequentate o frequentabili (quale sarà la giusta interpretazione?) da bagnanti, le distanze dalla costa rocciosa (ma sarà “a picco” o “non a picco”?) e la difficoltà di valutare ad occhio se una distanza è di trecento o di quattrocento metri. L’applicazione o meno delle ordinanze balneari fuori dagli orari di balneazione. I cartelli contraddittori posti a riva in occasione di diverse perimetrazioni o ordinanze balneari o vecchi divieti di balneazione. Le norme contrastanti relative a diverse istituzioni come Autorità portuali, Comuni, Province, Regioni, Autorità marittime di varia natura eccetera eccetera. Tutto questo e molto altro fa si che la conversazione tra il controllore e il controllato all’atto della contestazione sia molto spesso comica e si concludano frequentemente con un “nulla di fatto”, che lascia tutte e due le parti con il seme del dubbio. E così è stato per me (indirettamente) quando la settimana scorsa ho incontrato due colleghi pescatori che conoscevo e che mi hanno raccontato di essere stati fermati dalla Guardia Costiera in un posto molto noto, che tutti abbiamo sempre ritenuto perfettamente regolare. Mi hanno raccontato di essere stati prelevati e portati in Capitaneria (quindi giornata rovinata!) dove gli hanno detto che le norme erano cambiate e che il posto non era più da considerarsi regolare. I due subacquei da parte loro hanno sostenuto che la cosa non era segnalata in alcun modo. Comunque alla fine gli è stato detto che, riguardando meglio il punto sulla mappa, in effetti erano vicini ad un punto vietato ma non erano in un punto vietato. E così se ne sono andati senza aver subito alcuna verbalizzazione, ma avendo perso tutta la giornata in spiacevoli beghe burocratiche. Allora io che sono interessato perché a pescare da quelle parti ogni tanto ci vado, alla fine di mezz’ora di racconto, ho chiesto: “ma insomma, avete almeno capito se in quella zona si può pescare oppure no?”
“Ne abbiamo parlato tutto il pomeriggio ma non abbiamo capito niente”. Questa è stata la risposta.
Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it
Gherardo Zei