12/31/2009
Diario di Dicembre 2009
Diario di DICEMBRE 2009 (e tanti auguri!!)
Abbiamo chiuso il 2009 con un maltempo quasi incredibile. Perlomeno da noi nel Lazio è stato praticamente impossibile pescare durante le vacanze natalizie, a causa delle continue mareggiate e nubifragi che hanno flagellato la costa. Per questo ho pensato di proporvi un mio articolo inedito su questo tema, nel quale rievoco una giornata di pesca sotto una pioggia pazzesca nel novembre di cinque anni fa.
ACQUA NELL’ACQUA
A Roma aveva cominciato a piovere venerdì pomeriggio e non aveva smesso più, se non per qualche minuto. Niente lampi e fulmini. Niente vento. Solo pioggia, pioggia, pioggia e ancora pioggia.
La mattina del sabato, quindi, pioveva senza pause da quasi venti ore. Il cielo era catramato di grigio scuro e di nero pallido. E l’acqua cadeva in modo uniforme. Era un muro d’acqua denso, copioso e fitto, come un’immensa doccia su tutta la Città. Come tutti i sabati che il buon Dio manda su questa terra presi la macchina per andare al mare sperando che sulla costa il tempo fosse migliore, ma non era così. A Santa Marinella pioveva esattamente come a Roma. Mi fermai in una deserta piazzola sul mare vuota di turisti (solo io tenevo duro) e aspettai sperando in un miglioramento, ma niente da fare. Oramai era mezzogiorno e diluviava e c’era così poca luce che pareva quasi notte. Una massa impressionante d’acqua precipitava picchiettando sul terreno già intriso che ormai non drenava più. L’acqua marrone di terra ruscellava sull’asfalto creando torrenti gorgoglianti che allagavano i sottovia.
Di corsa attraversai la strada e raggiunsi casa mia. Il mio attico al mare ha un’immensa terrazza e la mia attrezzatura è in una piccola casa di legno posta sul margine più lontano. Avevo almeno trenta metri lineari di terrazza completamente allagata da percorrere sotto un nubifragio per raggiungere il posto dove tenevo riposto tutto: dal costume alla muta, dal fucile ai sandali. Mi venne un’idea “geniale” anche se forse più adatta a un ventenne scavezzacollo che a un rispettabile quarantacinquenne. Ma quando di sabato qualche ostacolo si frappone tra me e il mare io non vado tanto per il sottile e quindi decisi di agire. Mi spogliai e percorsi il tratto di terrazza che mi separava dal ripostiglio dell’attrezzatura correndo completamente senza vestiti (intendo dire nudo), fatta eccezione per una bottiglia di acqua saponata e le chiavi del lucchetto del ripostiglio (ma non credo che tali oggetti possano essere classificati come indumenti). Entrai nel ripostiglio saltellando tra le pozzanghere e sperando che nessuno dei vicini fosse in terrazza. Di li a poco ne uscii in mimetica Polosub da 7mm e, di colpo, mi sentivo caldo e perfettamente a mio agio. Caricai l’attrezzatura in macchina sotto la pioggia battente e mi allontanai sollevando con le ruote due baffi d’acqua neanche fossi in motoscafo.
Mi diressi verso il luogo di pesca che presumevo avesse l’acqua potenzialmente meno sporca ma non nutrivo molte speranze. Arrivato sul posto camminai sulla spiaggia con la pioggia che mi batteva e mi colava sul cappuccio, mentre le gocce intorno mitragliavano le pozzanghere fangose sollevando sventagliate di piccoli schizzi feroci. Stava piovendo talmente tanto che tutta la zona sembrava avvolta da una specie di nube bassa vaporizzata dagli schizzi. Il mare a prima vista si presentava marrone ma ormai ero li e tanto valeva provare. Dopo aver pinneggiato per poche decine di metri verso il largo godevo della stessa visibilità che avrei avuto se mi fossi immerso nella tazza del cappuccino con cui avevo fatto colazione. Provai a sommozzare e mi trovai immerso in una specie di brodo vegetale ondeggiante di alghe e posidonia. Provai a stendermi e rilassarmi. Stavo bene, la “pesata” era esatta, ma non vedevo nemmeno la punta della taitiana davanti a me. Buttava proprio male. Nuotai ancora per un centinaio di metri verso il largo e poi feci un secondo tentativo ed avvenne il miracolo. Dopo il primi due metri in cui il cappuccino si sfumava in caffellatte ecco che, improvvisamente, l’acqua sottostante si “apriva” nel limpido. Era limpido e si poteva provare a pescare: il sabato era salvo! Di colpo vidi tutta la mia giornata sotto una luce nuova. Improvvisamente quella costa deserta e coperta di vapore non mi sembrava più triste ed ostile. Al contrario mi pareva bella e selvaggia come una di quelle donne meravigliose che ti sembrano brutte di primo acchito ma che poi ti afferrano il cuore e non lo mollano più. Ero solo in mare e si pescava! Cosa potevo volere di più? Allora pronti partenza e via!
Lo stile di pesca nel fiume di fango mi pareva molto suggestivo. Era come se ci fossero due mari sovrapposti. Uno di sopra: marrone, buio e morto. E uno di sotto: limpido e pieno di vita anche se con una luce molto strana per essere il primissimo pomeriggio di un giorno di ottobre. Sembrava una di quelle luci leggere e brune: come quella di un candelabro o se preferite di una vecchia abat jour. Cominciai a vedere che giravano branchi di saraghi al libero. Erano branchi di circa una decina di pesci mediamente troppo piccoli per essere catturati. Ma l’esperienza insegna che di solito, quando girano questi branchi al libero, qualche saragone può sempre uscire e infatti eccolo. Ero alla fine di un lungo agguato dentro un basso canalone quando vidi, alle spalle di alcuni saraghi piccoli che già mi stavano venendo incontro, un bel saragone che invece accennava a scappare sulla piattaforma di roccia alla mia destra. Ovviamente interruppi i miei già lentissimi movimenti e caddi lentissimamente dietro una piccola trincea di roccia. Solo per un attimo l’istinto di “territorialità” deviò il movimento del saragone, che accennò ad un piccolo avvicinamento prima di riprendere la linea di fuga già decisa. Ma così facendo mi aveva concesso quel metro e mezzo che mi mancava e la taitiana del mio Cyrano lo colse nel quarto di coda, ma abbastanza al centro da non correre alcun pericolo di strapparlo. Adesso non mi importava più niente della pioggia e la giornata mi sembrava di colpo perfetta così com’era.
Quattro ore dopo stavo rientrando e la pioggia non aveva accennato a smettere e nemmeno a diminuire. La visibilità stava peggiorando ancora sia sopra che sotto la superficie del mare, ma il mio umore era oramai fisso sul bello stabile perché i saraghi erano diventati tre.
Mi appostai per un altro aspetto nel punto in cui all’andata avevo catturato il primo sarago e aspettai. Anche negli strati inferiori ormai la visibilità stava peggiorando rapidamente e quindi faticavo a vedere un paio di metri davanti alla punta della taitiana. Improvvisamente un pesce a ore dieci! Uno strano nuoto sfarfallante. Un pesce sicuramente non lontano dal chilo di peso ma che pesce era? Una leccia stella: la farfalla del mare. A un metro dalla punta della mia freccia invertì la sua direzione e la cattura fu molto facile come spesso succede con questi ingenui pelagici.
Adesso avevo davvero un cavetto bello anche se non esagerato. Un cavetto giusto. Era stata una giornata perfetta come tante altre bellissime giornate passate in mare. Ancora dieci minuti e sarei uscito dall’acqua sotto il nubifragio che sembrava non voler smettere mai. Ma nella risalita successiva vidi che la superficie luminosa dell’acqua non era più trafitta da centinaia di gocce di pioggia che si tuffavano. Aveva smesso di piovere? Emersi e feci un giro d’orizzonte con lo sguardo. Dopo quasi trenta ore aveva davvero smesso di piovere e l’aria si stava già facendo più limpida, consentendomi di scorgere più nitidamente la costa in tutta la sua primordiale solitudine, interrotta solo dalla presenza della mia automobile. La giornata era quasi finita ed anche la pioggia. Il primo raggio di sole rosso del tramonto si stava facendo strada dietro l’Argentario.
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Gherardo Zei