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Diari del BassoFondo di Gherardo Zei
02/04/2010
Diario di Gennaio 2010

Diario di GENNAIO 2010

Nel  gennaio di questo nuovo anno 2010 il tempo è migliorato e abbiamo potuto ricominciare a pescare. Ma dopo tante piogge e gelate l’acqua era più fredda della media di stagione e solo pochi cefaloni  ritardatari vagavano desolati sui bassi fondali.
Gennaio è il mese delle spigole e qualcuna l’ho anche catturata, ma purtroppo nel Lazio gli alisei non sono ci sono stati favorevoli. E’ mancato infatti il classico leggero “scirocchetto”: vento perfetto per la “peschetta” nel Lazio. Tutto al contrario c’è stata alternanza di medie mareggiate da sud (scirocco e libeccio) con forti sventolate da nord (tramontana e grecale). L’acqua del Lazio è tendenzialmente torbida e pertanto quando il  mare si presenta molto mosso da sud è impossibile pescare per mancanza di visibilità, mentre quando soffiano forti venti di terra da nord gli strati superficiali sono freddissimi e il pesce scompare. Con condizioni del genere sono  buoni i momenti di “giro di vento” in cui c’è la scaduta o l’alzata della mareggiata. Ma si tratta di periodi di tempo di un paio d’ore al massimo e …  beato chi vive proprio sull’acqua e può permettersi di mollare tutto e andare a pescare quando gli pare. Noi che veniamo da Roma dobbiamo accontentarci di quello che propone il fine settimana.
In questo gennaio mi sono quindi visto costretto a passare un paio di fine settimana a Roma dove mi sono dedicato – tra l’altro – alla”pesca a chiacchiere” su internet che, dopo tanti anni in cui si sono affermati i forum di pesca e le riviste virtuali, si è arricchita di un nuovo strumento veramente potente: facebook.
E’ evidente che facebook è un social network ben fatto e flessibile ma per comprendere appieno le conseguenze positive del suo standard bisogna provarlo, altrimenti non si riesce a capire la differenza - molto grande - che c’è con altri strumenti, come i forum di pesca oppure le riviste virtuali di pesca subacquea.
Su facebook si può essere molto più interattivi che su una rivista virtuale e molto più selettivi che su un forum. E se poi abbiamo un amico al quale vogliamo bene, ma che è troppo chiacchierone, si può evitare con un opportuno filtro che ci “impesti” continuamente di messaggi sul nostro tableau principale, ma se poi vorremo andare a trovarlo sulla sua bacheca sarà sempre possibile. Insomma facebook sembra che sia fatto apposta per far incontrare chi si somiglia e creare un clima di rilassamento e di fiducia. Infatti sono iscritto da parecchi mesi e nel gruppo dei miei amici - che si incrementa mediamente di quasi 2 amici al giorno e che è arrivato a quasi trecento unità - non ho mai assistito ad uno di quegli antipatici flame che funestano periodicamente la vita dei forum. Tutto al contrario ho partecipato a tante simpatiche, amabili chiacchiere di pesca. Mauro, un collega pescatore amico su facebook che prima non conoscevo, mi ha posto un quesito sull’orata. Poiché desideravo dargli una risposta di qualità utilizzando tutto il tempo e lo spazio necessari per essere esauriente, ho deciso di rispondergli in questo spazio del diario, certo che quello dell’orata è un argomento che interessa a molti.
Mauro mi ha detto, in sostanza, che talvolta gli capita di vedere dalla superficie qualche orata al pascolo ma che non riesce ad ultimare la capovolta ed il pesce è già sparito. Come fare?
Bene, inizio con una premessa stagionale. Fatte le debite eccezioni le orate non amano i mesi freddi ed il loro periodo di pesca comincia dalla fine di aprile e si estende più o meno per tutta l’estate, raggiungendo il culmine nel mese di novembre quando le orate si avvicinano lungo tutta la costa per formare i “montoni” di riproduzione. Effettuati il “montoni” se non sono state sterminate in modo che non esito a definire criminale (ma che nel nostro paese, Italia, è legale) con il cianciolo, le orate se ne vanno e se ne riparla in primavera dell’anno successivo (sempre fatte le debite eccezioni).
Definito quando cercarle, possiamo adesso definire come e dove trovarle. Partendo dalle ipotesi più rare, posso affermare che nel mese di novembre può capitare di imbattersi appunto in un montone o comunque in un assembramento molto importante (a me non è mai successo ma è accaduto a tanti amici). In tale particolarissimo caso non è difficile prendere un pesce in caduta  e, successivamente, anche un altro o altri due in tana. Dopo le prime due catture, se abbiamo fatto le cose lealmente i pesci di solito spariscono. Molti “colleghi” purtroppo, quando trovano queste concentrazioni di pesce, non si fanno scrupoli di tenere il branco schiacciato nel “grotto” facendo i soliti giri a tutta manetta con i gommone. E’ inutile dire che sono totalmente e severamente contrario. Purtroppo sono molti a comportarsi così e tra loro anche tanti miei cari amici. E quando ci parlo di persona non ho mai il coraggio di dirgli che sbagliano perché ho paura di essere considerato un “montato” o uno che “se la tira”. Quindi siccome sono amici faccio finta di non aver sentito, sorrido e cambio argomento. Ma scrivendo qui ho la responsabilità di “prendere posizione” e non posso non dire che sono cose sbagliate, cose che non si fanno e che un vero amante del mare dovrebbe smettere subito di fare. Continuando la nostra analisi vengo a dire che si possono trovare le orate anche in tana. Si intanano sempre in novembre in quando si accingono a concentrarsi per le esigenze riproduttive, oppure in qualsiasi altra stagione in zone dove c’è poca tana ma tanti frutti di mare che sono il “pascolo” dell’orata. Infatti in zone del genere con tanto pascolo e poca tana le orate se ne stanno a mangiucchiare sulla sabbia o sul fango e poi, per riposarsi, vanno a cercare quelle poche lastre di grotto o agglomerati di scogli che fanno tana. E in luoghi del genere si riposano in attesa di riprendere il loro pascolo. In tutti i casi l’orata in tana è ferma e tale rimane a meno che qualche altro pesce non la innervosisca fuggendo, quindi non è una cattura particolarmente esaltante dal punto di vista sportivo, anche se in cucina da molta soddisfazione.
Tutt’altro discorso è catturare un’orata al libero, e qui veniamo più precisamente al tema proposto da Mauro. L’orata catturata al libero è il pesce più difficile che esista. Diciamo che, oggi come oggi, se avvistiamo un’orata al libero, provare a catturarla in caduta o all’agguato dopo averla scorta dalla superficie è molto difficile. Mi ricordo, in altri tempi, intorno al 1976/77, di averne catturate alcune in Sardegna dopo averle individuate che pascolavano nel bassofondo, averle inseguite a pinne dalla superficie e averle avvicinate all’agguato sparando infine al libero con un fucile che era  –udite udite – un medisten con fiocina a cinque punte. Evidentemente era un’altra epoca e una cattura del genere oggi non sarebbe possibile. L’unico modo in cui si può ancora catturare un orata in caduta è quando la si riesce a scorgere dalla superficie mentre è ferma e mimetizzata, accostata a qualche funghetto di grotto o sotto l’ombra di qualche pietra. Allora il pesce - che ritiene di non essere stato visto - resterà immobile e se la caduta è eseguita a regola d’arte (muovendo poca acqua, lasciando intendere un’altra direzione e senza guardare fissamente) il pesce potrà essere catturato. In tutti gli altri casi è impossibile. Mi ricordo per esempio una volta – non molto tempo fa -  in cui  sono sbucato da dietro un gruppo di rocce all’agguato. Davanti a me avevo un pianoro di circa sei o sette metri dove, proprio nel mezzo, una bella orata con la  testa in basso, era intenta a frantumare una cozza con le sue potenti mandibole. Il pesce non mi aveva ne visto ne sentito e continuava a schiantare metodicamente il guscio della sua cozza ondeggiando con la testa verso il basso e la coda in alto. Era distratta e il rumore che produceva lei stessa le rendeva più difficile percepirmi. Guadagnai il metro necessario per averla a tiro e la mirai ma esitavo perché avevo il pesce proprio di muso. Fosse stato un pesce enorme avrei sparato, ma era di non più di un paio di chili e quindi di muso un tiro lungo come quello potevo anche sbagliarlo. Dopotutto la tenevo già in mira e mi bastava solo che si inclinasse di pochi centimetri su un fianco o sull’altro, per “vederne” abbastanza da tirare a colpo sicuro. E si inclinò e io cercai di sparare…. ma una volta inclinata il suo sesto senso della “linea laterale” fu, a sua volta, in posizione migliore per percepirmi; infatti mi percepì e la reazione fu talmente veloce che l’orata  riuscì a girarsi e allontanarsi di due metri prima che io potessi finire di tirare il grilletto. Praticamente mossi il dito quanto bastava per sganciare il nylon che mi schiocco accanto come una stella filante, ma non sufficientemente per azionare lo sgancio dell’asta. E rimasi così, come un fesso, senza aver sparato, con tutto il nylon in bando alla mia sinistra e il grilletto mezzo tirato, a vedere l’orata che si allontanava mulinando la coda come l’elica di un frullatore. Accidenti se era veloce!
Prendere un’orata all’agguato e all’aspetto in poca acqua è sempre più difficile ma molto bello, perché veramente impegnativo e sportivo. Se capita di vedere il pesce dall’alto mentre nuota tranquillo è inutile tentare una capriola. Molto meglio lasciarlo allontanare senza muovere un muscolo e poi cominciare a seguirlo non direttamente ma descrivendo un ampio cerchio per intercettarlo in un altro punto. Ma questa azione di “inseguimento” non deve avvenire in superficie, bensì sul fondo. Infatti - nelle zone buone - questa pesca all’agguato e all’aspetto in poca acqua (da noi volgarmente chiamata “peschetta”) si deve svolgere con gli spostamenti in superficie ridotti al minimo. La ragione è che i pesci più furbi come l’orata sentono perfettamente l’onda di pressione di un corpo grande che pinneggia in superficie e, a maggior ragione, sentono la capriola. Quindi il movimento in superficie deve essere il meno possibile e quello indispensabile deve essere dissimulato mediante movimenti di pinna molto leggeri e reso il più possibile somigliante allo spostamento di un corpo inerte trascinato dalla corrente. Egualmente la capriola deve assomigliare alla caduta di un oggetto che lentamente precipita verso il fondo. Quando finalmente saremo al riparo delle rocce che nascondono, frammentano e spezzettano le vibrazioni generate dalle onde di pressione conseguenti ai nostri movimenti, allora potremo avanzare (ovviamente a velocità non aggressiva) in direzione delle nostre possibili prede. Inutile dire che ogni avvistamento dovrà generare subito una immobilizzazione momentanea e subito dopo la generazione di vibrazioni attrattive. Per esempio se il pesce ci ha sentito ma è tranquillo potremo arretrare leggermente, generando così la vibrazione tipica di una creatura più piccola che si ritrae per nascondersi. Se il pesce non ci ha ne visto ne sentito ma viene verso di noi potremo rimanere immobili, eventualmente limitandoci a cercare una migliore copertura delle parti che fossero troppo esposte. Se il pesce invece non ci ha visto ne sentito e si sta allontanando allora potremo rischiare qualcosa di più, cercando magari di sporgerci leggermente (ma sempre senza far capire la nostra reale dimensione) per poi cominciare subito a ritrarci non appena capiremo che il pesce ci ha scorto (qualcuno in casi del genere ama emettere una bollicina, ovvero un lieve suono con la bocca, oppure grattare leggermente con il guanto). Se il pesce ci ha visto ma non è molto spaventato e ci sta girando intorno per non perdere il contatto visivo, dovremo restare sdraiati a faccia in avanti ma contemporaneamente contorcerci cercando una buona linea di mira dalla parte dei piedi. Infatti capita che il pesce che ti gira intorno fuori tiro, sia preda della curiosità di vedere meglio e “stringa” la curva dalla parte delle pinne che (giustamente) ritiene meno pericolosa, ma così facendo potrebbe  “entrare” magari brevemente a tiro. Sono tiri difficili ma fattibili. Del resto parlando di questa pesca all’agguato e all’aspetto in poca acqua, ci riferiamo ad una attività sommamente sportiva e molto tecnica. Non c’è niente di male a sbagliare qualche azione, a me capita di continuo. Parlando in particolare di orate ci sono poi quei casi (e sono tanti) in cui il pesce ci lascia di sasso sul posto anche se non abbiamo sbagliato niente. Potrei raccontare di centinaia di orate che non mi avevano né visto né sentito, in situazioni in cui avevo una copertura che somigliava alla perfezione e che, invece, di colpo sono fuggite a tutta forza Certe volte mi viene da pensare che le orate ti leggano il pensiero e sentano telepaticamente una presenza ostile anche senza vederti ne sentirti. Oppure mi ricordo, di recente, una orata che non mi aveva visto e che mi ero messo ad aspettare all’uscita di un costone di roccia (di solito non è bene perdere mai il contatto visivo, ma in quel caso la conformazione del fondale mi aveva praticamente costretto). Ebbene, nonostante fosse sbucata (ignara della mia presenza) esattamente dove l’aspettavo, l’orata fu più rapida di me e riuscì a percepirmi ed a scartare prima che io potessi inquadrarla e sparare. Risultato: l’ho mancata di almeno mezzo metro. Poi  per fortuna, dopo due o tre casi del genere, riesco a fare una nuova cattura e il gioco ricomincia per quello che è: difficile ma non impossibile.
Quindi dico a tutti che la bellezza di questo nostro inimitabile sport è proprio quella di fare, con molta tecnica, catture difficili. Sono proprio queste catture che ti danno quelle grandi soddisfazioni che la cattura di un pesce grosso ma facile in un mare straniero o una “acciaccata” di saraghi in tana, fatti intanare a trainetta, non potranno mai dare.

Scrivetemi, aspetto le vostre e-mail a gherardo.zei@sportimeworld.it

Gherardo Zei

Diario del BassoFondo